Recensioni e servizi culturali


Associazione indigenti di Matteo Collura, TEA

STRUGGENTE FIABA SOCIALE DI MISERABILI A PALERMO
"È proprio vero che il sole spunta per tutti?" - si chiede Agostino Giummo, uno dei personaggi di "Associazione indigenti" (TEA), una favola sociale, intrisa di ruvida poesia, che Matteo Collura ripropone, ai suoi lettori, a distanza di vent'anni.
Un sempre-verde, questo breve romanzo, tra cronaca e realtà, che aveva incontrato tutta l'approvazione di Leonardo Sciascia ed entusiasmato Italo Calvino, facendo scrivere a Geno Pampaloni: "questo Collura è da tenere d'occhio"e ad Antonio Debenedetti: "Una sottilissima cortina, sospesa nell'aria, composta di minuscole particelle liriche. Di quell'abbondante ed effusivo lirismo solo in parte assorbito dallo scenario che Collura riversa come luce, tensione e colore sul suo mondo narrativo."
Sì, anche a noi vien fatto di chiederci, procedendo nella lettura, se il sole spunti veramente per tutti, nella spettrale Palermo degli anni postbellici, popolata di poverissima gente, assiepata in vicoli maleodoranti, in piazze devastate, gente denutrita, rassegnata a "mestieri improvvisati, imbrogli, scippi, prostituzione, contrabbando, accattonaggio". Gente che vive nei seminterrati di antichi palazzi fatiscenti, che si nutre in refettori d'assistenza e riceve cure in ospedali dove si "aiutano a morire i vecchi", con vendita dei cadaveri alle pompe funebri. Indigenti fantasiosi, però questi palermitani, a cui viene l'idea geniale di organizzarsi in associazione - l'Associazione Indigenti - fortemente intenzionata a chiedere giustizia, impedendo al direttore dell'Ente Assistenza Poveri di propinare immonde brodaglie e cibo avariato, agli sventurati a cui dovrebbe umanamente provvedere.
La vittoria è di breve ed illusoria durata. Giuseppe Boscone, promotore della protesta, è addirittura ricoverato al manicomio. Una visita al Papa (che non li riceverà personalmente) e un pellegrinaggio al Santuario di Santa Rosalia, sono l'amaro epilogo dell'originale trama, espressa in un lessico prosciugato, venato di scabro lirismo, linguaggio ideale per un romanzo in cui natura ed architettura sono continue metafore degli stati d'animo: palazzi dalle "occhiaie annerite"; palazzi con la sola vista di "orizzonti strozzati (…) con tanti balconi protesi verso giardini agonizzanti"; pagine in cui il sole "si accanisce" sulla povera gente e le stelle ne rischiarano l'insonnia, e le raffiche di vento graffiano il volto dei passanti e l'inverno non può che essere "malvagio".
Non c'è tregua, non c'è consolazione, non c'è riscatto per questa povera gente.

Grazia Giordani

Torna all'indice delle Recensioni