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La prigioniera di Malika Oufkir e Michèle Fitoussi, Mondadori

UNA MODERNA SHERAZADE DALLA REGGIA AL CARCERE MAROCCHINO
Ci sono libri destinati a diventare un "caso" prima ancora di essere esposti nella vetrina dei librai. La sorte toccata a Un amore proibito - che ci ha narrato la scandalosa passione che ha legato la professoressa Mary Letourneau al suo allievo adolescente Vili Fualaau - ora, seppur per ragioni diverse, si ripete per La prigioniera (un titolo che sarebbe piaciuto a Proust, visto che così ha chiamato il terzultimo volume della sua Récherche), che Malika Oufkir ha scritto con l'ausilio della nota giornalista francese Michèle Fitoussi e che Mondadori ha portato per noi in Italia, puntualmente tradotto da Elena Dal Pra.
Adottata dal re del Marocco, Malika Oufkir, porta sulla pagina la drammatica testimonianza di vita dei suoi diciotto anni di prigionia - dopo essere cresciuta nel lusso, quando "bastava schioccare le dita" e qualsiasi suo desiderio materiale poteva essere soddisfatto -, incarcerata con tutta la famiglia sotto l'accusa di complotto contro la monarchia.
Dal palazzo reale, dove conduceva un'esistenza di figlia viziata ("Viaggiare? Salivo in prima classe su un aeroplano, come altri sull'autobus. Vestirmi? Svaligiavo le boutique delle grandi firme delle capitali europee e, se ne avevo bisogno, mi infilavo negli abiti di Saint Laurent di mia madre. Uscire? Le feste e i balli si susseguivano...") allo squallore di una vita di carcerata, costretta alla fame, al freddo, all'incontro con tulle le miserie possibili, fra cui primeggia quella della perdita della libertà. Tutto questo ci narra Malika e ci fa palpitare per lo strano e contraddittorio destino della figlia di uno degli uomini più influenti e di una delle donne più affascinanti del Marocco, avviata da sempre alla "reclusione". A cinque anni, adottata dal re per far compagnia alla principessina, viene strappata al calore della sua vera famiglia e rinchiusa nell'harem di corte, una vera gabbia dorata, dove trionfa un lusso quasi inverosimile. Un'esistenza tutto sommato di plastica, finta, che la induce a rimpiangere la vita meno fastosa, ma più calda di vera libertà e di affetti che avrebbe potuto incontrare nella sua vera famiglia.
Il quadro della vita a corte non ha solo una allure personale, ma ci offre un affresco dell'atmosfera torbida della reggia in cui si vive tra intrighi e grande sfarzo, tra cortigiani ambigui e numerose concubine che il re esigeva adolescenti: oltre i diciassette anni per il monarca erano già vecchie.
Il 16 agosto 1962 è la data fatale che segna la tragedia - con il colpo di Stato - della sorte della diciottenne Malika, della madre e dei sette fratelli, capri espiatori di una colpa da loro non commessa.
Sherazade del nostro tempo, la giovane marocchina, ancora avvenente, nonostante i lunghi anni di atroci tormenti, e ora residente a Parigi, ha scritto questo suo romanzo-verità soprattutto perché "bisogna che la gente sappia".
Struggenti i brani in cui sottolinea la sua tragedia interiore, l'antinomia di sentimenti che si dibattono in lei: "Il mio stesso padre aveva tentato di uccidere il mio padre adottivo. (...)Qualche volta non sapevo più chi piangere e chi rimpiangere. Ero il frutto dell'educazione del Palazzo; tutto quello che ero, io lo dovevo a colui che mi aveva educata". Pur non dimenticando la gratitudine per i benefici ricevuti dal padre adottivo, la prigioniera non può tacere l'acceso rancore che ha provato: ".L'ho odiato per il suo odio, l'ho odiato per la mia vita spezzata, per le sofferenze di mia madre, per l'infanzia mutilata dei miei fratelli e delle mie sorelle...".
Sarà un espediente alla "Conte di Montecristo", che avrebbe entusiasmato Alexandre Dumas padre, a ridarle la luce del sole. Saranno un manico di coltello e un cucchiaio per scavare illuminata da una sua stessa ciocca di capelli imbevuta d'olio, a ridarle la libertà, a farla uscire dagli orrori della galera. È stato un lavoro di équipe il suo: per mesi e mesi assieme ai suoi familiari, compagni di sventura, ha scavato un varco verso la libertà.
"Da quello che ho vissuto non si guarisce - scrive - ma c'è l'esigenza di raccontare alla gente la propria sofferenza". Malika ha certamente scritto - aiutata dall'agile penna della Fitoussi - anche per imparare nuovamente a vivere e ad amare, rimuovendo del tutto l'odio dal suo cuore.
"L'odio rode, l'odio paralizza e impedisce di vivere. L'odio non mi farà mai recuperare gli anni perduti. Né a me. Né a mia madre, né ai miei fratelli e alle mie sorelle. Ma ho ancora della strada da percorrere.".
E noi le auguriamo un lungo e felice cammino.

Grazia Giordani

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